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Ordinamento politico Repubblica di Genova
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angaezo
Inviato il: Lunedì, 13-Feb-2012, 20:27
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Buonasera a tutti. Ultimamente ho avuto il piacere di leggere la Costituzione della Repubblica di Genova del 1576, le cosiddette "Leges Novae" che restarono in vigore fino all'instaurazione del regime giacobino. Non che pensi a una Liguria aristocratica: un ipotetico Stato ligure indipendente e sovrano dovrà essere senza dubbio repubblicano e democratico. In questo forum ho letto proposte di Costituzione che ricalcano in toto l'ordinamento italiano vigente. Un ordinamento, diciamolo pure, non troppo democratico e non troppo discontinuo dal regime savoiardo che l'ha anticipato. Le istituzioni genovesi del '76 sono ritenute molto progredite rispetto ai tempi in cui sono state messe in atto: perché non riformare in senso democratico le "Leges Novae" per una futura Costituzione ligure?


Il Seminario
Anticamente il “Seminario” era la lista dei 120 cittadini nobili abilitati a governare. La compilava il Maggior Consiglio su proposta del Minore, e da essa venivano periodicamente sorteggiati i membri dei Serenissimi Collegi, corrispondenti all’attuale Consiglio dei Ministri. Questi prendevano il nome di Collegio dei Governatori o Senato (composto da 12 governatori) e Collegio dei Procuratori o Camera (8 procuratori). L’estrazione semestrale garantiva il continuo ricambio delle cariche di potere, che duravano due anni ad eccezione degli ex dogi, procuratori perpetui di diritto. L’originale metodo del Seminario potrebbe trovare applicazione anche nel sistema di governo di un’ipotetica Liguria indipendente. Portando a 200 il numero dei nominativi e affidando la compilazione al suffragio universale diretto, si darebbe la possibilità al popolo di designare una sorta di “aristocrazia” scelta per merito, nella quale tutti detengono poteri direttivi a turno. A questi “saggi” sono richieste precise competenze tecniche e di pubblica amministrazione, oltre che integrità morale e soprattutto giudiziaria (requisito, quest’ultimo, imprescindibile per qualsiasi carica pubblica). Il Seminario è eletto ogni cinque anni con un sistema a liste aperte; i collegi plurinominali sono 10, coincidenti con le Province (5 di riviera e 5 di entroterra), cosicché ciascuna Provincia scelga 20 nominativi. Dei 200 ottenuti, se ne estraggono subito 12 per il Senato, 8 per la Camera e 80 per le Commissioni Provinciali (organi amministrativi delle Province, di 8 membri ciascuno), ognuno nella Provincia in cui è stato eletto. Ogni Provincia ha diritto di avere un proprio eletto in almeno uno dei Collegi; le 2 Province da cui provengono 2 senatori correnti non possono avere Procuratori. In base a queste disposizioni, ogni anno si sostituiscono a sorte 3 senatori, 2 procuratori e 2 commissari in ciascuna Provincia, finché ogni iscritto al Seminario non avrà ricoperto un incarico governativo. Durante i cinque anni di validità dell’elenco, i 100 membri che al momento non sono impegnati a governare formano il Minor Consiglio. I vantaggi sono molteplici: anzitutto, chi detiene il potere lo fa per un tempo limitato; gli esponenti delle diverse fazioni sono obbligati a collaborare per il bene comune dei cittadini; gli elettori scelgono contemporaneamente il corpo esecutivo e la parte “eccellente” del Parlamento. A tal proposito si potrebbe obiettare che sarebbe più funzionale un sistema in cui il Minor Consiglio sia nominato dal Parlamento stesso e nomini, al proprio interno, Ministri che restino in carica più a lungo. Il risultato, però, sarebbe caotico: i partiti di maggioranza avrebbero l’intero controllo dell’esecutivo, mentre in Minor Consiglio resterebbe solo l’opposizione, causando un insostenibile squilibrio a livello parlamentare.

Il Parlamento
Nel 1576 il Parlamento della Repubblica di Genova era rappresentativo della classe aristocratica, l’unica che partecipasse alla vita politica. L’esistenza di due Consigli (detti rispettivamente Maggiore e Minore) non deve trarre in inganno: si trattava in sostanza di un organo unicamerale, poiché era tra i 400 membri del Maggior Consiglio che venivano eletti i 100 (in seguito 200) del Minore. Il Minor Consiglio poteva quindi riunirsi da solo, mentre al Maggiore prendevano posto anche i consiglieri del Minore. Questa struttura, benché originale ed efficiente sotto certi aspetti, può essere convertita in un moderno sistema bicamerale. Il Minor Consiglio coincide con la “camera alta”, formata, come già detto, dai 100 iscritti al Seminario liberi da mansioni amministrative. Il Maggior Consiglio conta 300 seggi da assegnare a suffragio diretto con sistema proporzionale e su base provinciale, e si rielegge ogni due anni. Alle sedute del Maggior Consiglio è ammessa una Giunta senza diritto di voto, formata da privati cittadini e rappresentanti di comitati, associazioni o sindacati di categoria. Il numero totale dei parlamentari fissi è sempre di 400, come in passato. Il Minor Consiglio e i Serenissimi Collegi, eletti di fatto insieme, lavorano sempre in sinergia: il Governo propone decreti e disegni di legge che il Consiglio può emendare e perfezionare. Solo quando il Minor Consiglio avrà approvato una legge a maggioranza, questa passerà al Maggiore per la promulgazione definitiva. Viceversa, l’iniziativa legislativa può spettare al Maggior Consiglio e alla sua Giunta (il popolo potrà così proporre leggi direttamente davanti al Parlamento), e in tal caso andrà approvata prima dal Maggiore e quindi dal Minore. È bene, comunque, che i Consigli si radunino in seduta comune almeno una volta al mese. Il Maggior Consiglio si scioglie in via eccezionale quando vengono a mancare 75 componenti (cioè ¼ dei totali). La legge elettorale proporzionale – che dovrebbe far parte della Costituzione per evitare pericolosi maneggi di casta – non compromette la governabilità della Repubblica, per il semplice fatto che non sussiste il rapporto fiduciario tra legislativo ed esecutivo: l’elezione simultanea della camera alta e dei membri dei Collegi, rinnovati in rapida rotazione, garantisce che il Governo sia espressione della volontà popolare. Del resto, l’esecutivo non deve rappresentare né appoggiare un particolare schieramento, ma lavorare in comunione d’intenti per la buona amministrazione dello Stato.

Il Doge
Finora non si è parlato né di Capo del Governo né di Capo dello Stato. Entrambe le funzioni erano attribuite al Doge, che in un certo senso era espressione una Repubblica presidenziale. Dopo l’era dei dogi perpetui, Andrea Doria rese questa carica biennale. La Costituzione del 1576 prevedeva che la massima autorità dello Stato (ufficialmente “Duce”; in genovese “Duxe” e quindi tradotto “Doge” come per il veneziano “Doxe”) venisse eletta dal Maggior Consiglio mediante un complicato sistema finalizzato a evitare brogli e frodi d’ogni genere. Le disposizioni del 1576 sono perfettamente attuabili anche al giorno d’oggi. Ogni due anni il Parlamento in seduta comune elegge un candidato Doge che sia stato per almeno due anni consecutivi Senatore o quattro anni Procuratore e/o Senatore. Il Doge assieme ai Collegi costituisce la “Signoria” della Repubblica, incaricata di presiedere tutte le assemblee a livello nazionale. Il Doge esercita tutte le funzioni di un moderno Capo di Stato: è comandante in capo dell’esercito, firma le leggi, rappresenta l’unità nazionale e presiede la Corte Suprema di Giustizia. È allo stesso tempo il Presidente del Governo, di cui controlla e coordina l’operato, assumendosene la responsabilità. Il fatto che debba rapportarsi con ministri scelti dal popolo e non da lui stesso favorisce la democrazia ed elimina nepotismi e clientelismi vari. Non ha il potere di sciogliere le camere del Parlamento, per due semplici ragioni: il Maggior Consiglio si rinnova per legge in breve tempo (due anni), e ciò garantisce che sia sempre rappresentativo della reale divisione della società – oltretutto è probabile che Maggior Consiglio e Doge decadano a distanza di poco tempo –; il Minore, per quanto si determini dal Seminario valido cinque anni, varia composizione ogni anno, e rappresenta una sorta di “appendice” del Governo. Non ci sono limiti alla rieleggibilità del Doge, ma si esclude ogni incarico a vita post-dogato.

Il Collegio dei Supremi Sindacatori
Si tratta di magistrati speciali, istituiti a Genova fin dai primordi della Repubblica. Oltre a farsi garanti della conformità delle leggi alla costituzione – fungendo così da Corte Costituzionale ante litteram –, dovevano “sindacare”, cioè giudicare, sull’operato dei governanti. Ciò poteva avvenire secondo due modalità: la prima, la più comune, prevedeva un sindacato ordinario al decadere della carica, con possibilità di infliggere sanzioni nel caso di inadempienze o cattiva gestione; in casi straordinari – ossia denunce, reclami popolari, scandali di pubblico dominio – il giudizio poteva avvenire durante l’esercizio della carica. Con una deroga successiva al 1576, le sentenze divennero appellabili davanti al Minor Consiglio. Un’istituzione così civile e democratica, avanzatissima per i tempi in cui fu creata, merita di essere conservata integralmente in una futura Costituzione ligure. Della loro elezione si occuperà ogni cinque anni il Parlamento in seduta comune.

L’amministrazione locale
Spesso si caldeggia l’ipotesi di una Liguria federale, suddivisa in cantoni secondo il modello elvetico. Per quanto in Svizzera si dimostri un sistema collaudato e ben organizzato, contrasta con la tradizione ligure, che è comunale e non cantonale. Nell’ottica di un rifiuto del centralismo, si cercherà quindi di istituire Comuni omogenei e capaci di autogestirsi attraverso ampie autonomie legislative e amministrative. Per fare un esempio noto, la Grande Genova figlia dell’urbanizzazione selvaggia verrebbe scorporata e nuovamente suddivisa nei Comuni che ne componevano l’attuale territorio; il Comune di Genova in senso stretto comprenderebbe il Centro Storico, Oregina, Castelletto, Montesano e la Foce. Ogni Comune della Repubblica è suddiviso in Compagne (gli attuali Municipi), in numero variabile da quattro a otto. Ogni Compagna si raduna periodicamente in Comizio Popolare, dal momento che le comunità piccole possono facilmente esercitare in via diretta la democrazia. Ogni Compagna elegge un certo numero di Delegati destinati al Consiglio Comunale, l’assemblea deliberativa e legislativa del Comune. Ciascun comizio, inoltre, elegge un Console, che insieme agli altri Consoli (uno per Compagna) forma il Collegio dei Consoli, l’organo direttivo del Comune. Il Collegio dei Consoli rimane in carica un anno, in cui ogni membro esercita a turno la presidenza del Collegio e del Consiglio. L’ente di raccordo tra il Comune e lo Stato centrale è la Provincia. In Liguria se ne potrebbero istituire 10: 5 di entroterra e 5 rivierasche, ovvero 2 centrali, 4 di Levante e 4 di Ponente. La Provincia rappresenta una sorta di “consorzio dei Comuni” e conserva competenze in campo territoriale e amministrativo, ma non legislativo. I suoi amministratori sono gli 8 membri della Commissione Provinciale sorteggiati tra i nomi del Seminario ed eletti all’interno della propria circoscrizione, il che dovrebbe già essere garanzia di tutela dell’autonomia. Per evitare derive centraliste comunque possibili, in ogni Provincia si elegge a suffragio diretto un Capitano con mandato biennale, incaricato di presiedere e controllare i membri della Commissione. In più, ogni Consiglio Comunale elegge un dato numero di delegati partecipanti al Consiglio Provinciale, che si riserva funzioni consultive e di confronto reciproco. Il Capitano presiede, oltre al Consiglio Provinciale, il Congresso Provinciale cui partecipano i Consoli presidenti di ciascun Comune della Provincia, riuniti per delineare strategie amministrative comuni. Tutti e dieci i Capitani di Provincia sono periodicamente convocati al Congresso Nazionale insieme ai membri del Minor Consiglio e al Governo, al fine di dirimere i possibili conflitti legislativi e amministrativi tra Stato centrale e Comuni.

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